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testi critici

 

- OLTRE GLI ARGINI CONSUETI di Arnaldo Bruschi (1994)

- MUSICA COME PITTURA di Gaia Salvatori (1995)

- PRIMO AMORE di Linda de Sanctis (2005)

- IL PIACERE DELL’IMMAGINAZIONE – intervista di Costanza Paissan (2006)

- SUONI DEL SILENZIO di Gaia Salvatori (2006)

- L'OPERA AL NERO di Fedora Franzè (2008)

- LA MUSICA SEGRETA DELLE COSE di Lorenzo Canova

- WHITELINES di Maria Savarese

 

articoli
 

OLTRE GLI ARGINI CONSUETI di Arnaldo Bruschi (1994)

Stefano Cioffi, è nel profondo, un musicista. Un sensibile e colto interprete di musiche. Un interprete appassionato, intelligente, creativo, un compositore, un inventore. La sua creatività, nella musica, è necessariamente compressa, chiusa e trattenuta nella ferrea disciplina dello spartito. Ma anche la pittura, così come la musica, sta nelle ascendenze familiari di Stefano Cioffi. E la pittura, ad un certo momento, si è imposta nella sua vita come necessità incoercibile: come un'altra strada, ignota, tutta da esplorare; come mezzo per cogliere e fissare il primo affiorare di sollecitazioni interne, per liberare ed espandere in modo diretto, tutto e solo personale, gli impulsi incontenibili di una creatività travolgente. Un modo per andare oltre gli argini consueti. Ma anche, insieme, uno strumento di introspezione, di chiarimento, di una più profonda comprensione di se stesso: di meditazione, di verifica, di conoscenza.
La pittura si è imposta, è rimasta e si è, inaspettatamente, consolidata come attività autonoma, non subordinata ma parallela alla musica. Non come rilassante evasione di tempo libero ma come impegno totalmente responsabile, da affrontare con nuova maturità intellettuale ed umana di giovane non più adolescente.
Ma, inevitabilmente per Stefano Cioffi, una pittura è, anche, in qualche modo pensata come l'equivalente di una personale e libera creazione musicale. Ma un equivalente -egli ne è ben consapevole- che non può essere, ovviamente, una traduzione di suoni in immagine pittoriche ma, in caso, un'allusione, al massimo una trasposizione di forme musicali. E di fatto, gli stessi titoli dei quadri evocano quasi sempre forme musicali: notturno, partita, concerto, contrasti.
Ma la lingua della pittura di Stefano Cioffi non può essere altro che quella (apparentemente) informale: estremamente libera e casuale in apparenza; in realtà quasi sempre organizzata su un rigoroso, eppur duttile, sottofondo ricorrente di impalcature, di strutture, di forme chiare, semplici, forti. In molti quadri una striscia orizzontale, lievemente obliqua, evoca istintivamente -confessa l'autore- la tastiera del pianoforte o il corpo cilindrico di flauti e clarinetti. E ancora, talvolta, rifusi nell'immagine pittorica, affiorano allusivi residui ancora riconoscibili del mondo della musica.
Ma estremamente decisivi, sensibilmente attivi nella genesi delle forme e nella comunicazione dei significati, sono i mezzi espressivi, i materiali fisici, di questa pittura. Ai colori ad olio si aggiungono frammenti e segature diverse e sabbie, gesso, stucco, limature di metalli e colle. Anche talvolta, come rottura, come dissonanza, con le informali superfici materiche appaiono, raffinati, lucidi e tecnologici, metallici pezzi di strumenti musicali: chiavi, tese corde di violoncello.
E sono proprio questi tanti materiali -scabri, levigati, opachi, luccicanti, cromaticamente e plasticamente diversi- che, aggrumandosi o diradandosi improvvisamente, rilevandosi drammaticamente o appiattendosi placati sulla superficie, evocano un'intensa e continuamente variabile tridimensionalità, una modulata, caleidoscopica e vibrante messa a fuoco delle immagini: un trascorrere sul piano del quadro di una sequenza di volumi, di contrasti, di echi, una intricata e intrigante sequenza figurale nella quale la componente temporale di quest'ultime è trasposta nell'inquieta, intellettiva e sensoriale attività cinetica dell'occhio dell'osservatore.
E nei risultati i residui della memoria e i debiti con gli amati maestri -dai graffiti preistorici a Klee, a Turcato, a Burri, a Tapies, si bruciano e si risolvono in immagini non di rado intense che dal puro, avvampato e istintivo cromatismo degli inizi tendono a passare -credo coerentemente- al nero e al bianco dell'ultima produzione.

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MUSICA COME PITTURA di Gaia Salvatori (1995)

Nonostante l’esistenza di analogie evidenti tra pittura e musica e di casi di un rapporto o un’influenza eclatante fra le due arti, la pittura non è mai traduzione diretta di un’idea musicale. In alcune occasioni, semmai, si può arrivare a stabilire un’analogia nel procedimento immaginativo: per esempio, tra la costruzione mentale dell’oggetto della rappresentazione attraverso piani sovrapposti dei cubisti e la musica polifonica. Eppure la storia, anche più recente, come ci dimostrano le opere si Stefano Cioffi che in questa mostra si presentano, è segnata da insistenti e implacabili tentativi volti a mettere alla prova, nonostante tutto, la tenuta di un rapporto. Se non è nuova, dunque, l’esperienza del musicista-pittore (dall’arte romantica con E.T.W. Hoffmann o Runge almeno a quella informale di Wols) è più frequente però quella del musicista-poeta (che da Wackenroder, Novalis, e Wagner si perde fin nei meandri delle più recenti esperienze): tutte storie di strettissimi rapporti, alleanze vissute fino alle estreme conseguenze in quanto espressione ora di un’ideologia o di meditate convinzioni ora di esperienze esistenziali.
Il legame più inestricabile tra musica e poesia, coltivato nei termini più rigorosi dalla dottrina romantica, condusse però (in Schiller, Schelling, Novalis, Herder, F. Schlegel fino ad Hegel) a una sottile competizione per la più universale delle arti. Nonostante la costante aspirazione del linguaggio alla condizione pura della musica, essa finì in favore, in genere, della poesia nella quale, in quanto suprema attività dello spirito, venne riconosciuto il linguaggio più vicino alla creazione.
Diversamente sono andate le cose, invece, nel rapporto fra musica e pittura specie laddove sono stati i pittori in primo luogo a stabilire le condizioni di un possibile primato nell’ambito della gerarchia delle arti: per gli artisti pittori, in definitiva (e penso ancora emblematicamente all’esperienza cubista e poi anche simbolista) la musica, più della pittura imbrigliata negli impacci della materia, è considerata arte della creazione capace di esprimere l’anima, l’essenza della realtà per quella sorta di potere soprannaturale che la contraddistingue. E’ pertanto la musica -in questa visione delle cose- da riconoscere l’arte più pura cui anche la pittura deve aspirare secondo un concetto che, trasponendo l’antico motto oraziano di ut pictura poesis, è stato già formulato come ut musica pictura.
I primi due anni di ricerca pittorica di Stefano Cioffi, caratterizzati da un’esperienza profonda e nello stesso tempo esplosiva per lo stupore proprio di una scoperta, spostano però il panorama di riferimento su un altro piano.
Questo giovane musicista, infatti, forte di un talento colto e informato, e partito dalla musica e dall’ampiezza delle sua potenzialità, che ha coltivato nell’attività concertistica come in quella di promotore culturale con la fondazione di specifiche riviste musicali, per scoprire e rivalutare anche la pittura come terreno di ricerca.
Contro l’alleanza idealistica della musica e della parola, fuori di tardive influenze romantiche, Stefano Cioffi ha scelto l’alleanza complementare fra musica e pittura riconoscendosi più da vicino nelle esperienze astratte (di un Klee principalmente) e informali (di Fautrier, Tapies o Wols, di Turcato e Burri) nell’aspirazione quasi inconfessata a voler fare musica come si fa pittura, a vivere cioè nella dimensione che potremmo chiamare dell’ut pictura musica nuove possibilità comunicative piene di tutte le caratteristiche di libertà e completezza di espressione -come lui stesso sostiene- proprie della pittura. Riprendendo inconsapevolmente dopo due generazioni persino il filo di una felice eredità familiare (la congiunzione del ramo musicale e pittorico nel connubio delle famiglie Saponaro-Galante), Stefano Cioffi sta vivendo un’esplosione creativa che mette a frutto l’humus musicale di cui è intriso per dare forma a un linguaggio che si serve di mezzi e strumenti pittorici che egli si dispone a indagare, sperimentare con entusiasmo e fantasia, riconoscendo loro piena autonomia e inesauribili potenzialità espressive.
Il continuo ed unico tema musicale della sue tele (ognuna di esse porta rigorosamente un titolo musicale) si snoda senza bisogno di ricorrere a simboli o metafore e fuori da misticheggianti commistioni d linguaggio, in una sequenza coinvolgente di momenti compositivi in cui l’incontro con la materia è determinante e si configura sempre come l’ultimo passaggio di un processo di conquista. Segno, macchia e materia si combinano e si distribuiscono costantemente n diversi strati, ora in pause diluite ora in grumi contratti, dove l’integrazione dei materiali (colori ad olio e acrilici, gesso, cola, stucco, sabbia, limatura d’ottone, segatura d’ebano fine alle chiavi di flauto e ai corpi di ebano del clarinetto) rivela una resa sempre diversa di essi a seconda del trattamento. Pur nella tentazione del monocromo, così, il colore senza vincoli naturalistici, s’impone dato spesso proprio dalla particolare combinazione dei materiali scelti, mentre le chiavi d’ottone o le pagine di spartiti musicali, come frammenti, relitti o fantasmi, pur oggetti prelevati, sembrano nascere dall’interno del quadro come preziose figure plastiche, presenze sotterranee e insieme richiami alla realtà musicale. Il cromatismo musicale e il volume, lo spessore del suono, che sono quotidianamente linfa vitale nella professione di Stefano Cioffi, si trasformano così, nei suoi quadri, nella dinamica di una corposa materia vibrante rivelatrice di una nuova alleanza, coesione, franca solidarietà del pittore con i propri mezzi figurativi.

 

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PRIMO AMORE di Linda de Sanctis (2005)

La musica come primo amore, la pittura come passione e scelta di vita. E’ accaduto, e accade ancora a molti artisti, e da pochissimo tempo anche a Stefano Cioffi.
Per anni il flauto è stato lo strumento con cui dialogare con se stesso e con il pubblico, e la musica classica quella enorme riserva di armonie da cui attingere per esprimere e comunicare sentimenti e emozioni.
Ma sempre mentre teneva concerti, insegnava, Cioffi dipingeva. I suoi primi quadri nascono nel ’93, del ’94 è “Partita n.1” una grande tela astratta nera attraversata in basso da una striscia blu su cui è appoggiata della limatura di ottone. A quella prima “Partita” seguiranno molte “variazioni” che alterneranno lo sfondo da bianco a nero lasciando però intatto il motivo della “tastiera”, la lunga striscia di colore che si staglia orizzontale sul quadro.
L’ispirazione musicale, espressa oltre che nelle forme anche nei titoli dei quadri, si manifesta anche in “Concerto n.1” del ’95, e nella sua “variazione” “Concerto n.2” dello stesso anno, dove riuniti in un polittico ligneo, sagome di strumenti musicali, forme di tastiere e macchie di colore, formano l’immaginario concerto.
Nutrito di profondo amore e cultura musicale, l’artista li trasmette nelle sue opere trasformandoli in “composizioni” dove i colori, spesso scuri, le materie usate, olii e acrilici, gesso, colla, stucco, sabbia, limature di metalli, e inserzioni di vere piccole chiavi di flauto e di sassofono, distribuiti nello spazio ora a dividerlo simmetricamente, ora ad addensarlo, ora a frantumarlo, rimandano a chi li guarda echi di musiche a volta dolci, a volte tempestose, sempre appassionate.
Nella serie “Riverberi” del ’97-’98 le tele, caratterizzate da trasparenze create da sovrapposizioni di carta di riso e tempera, pur rimandando ancora immagini allusive a pianoforti o altri strumenti musicali, si illuminano di colori chiari e di una nuova leggerezza. Se la musica è ancora l’ispirazione, in questa serie l’artista della musica prende soprattutto il “tempo” e non i “temi”. La “lentezza” del creare le sovrapposizioni di carta, “l’attesa” di vederle rapprendersi, la “durata” dell’asciugarsi dei colori, l’ignoranza di “quando” il quadro sarà finito, trasformano il lavoro di Cioffi in qualcosa di completamente nuovo: i tempi, non più riconoscibili e abituali, ma insolitamenti lenti e incontrollati, creano una lievità che diventa la protagonista assoluta del quadro, assieme alla sensazione di un incanto pari allo stupore di un bambino davanti a una scoperta.
E’ la scoperta inattesa, ma dirompente di Cioffi, che la pittura, non la musica, è la sua vera passione, il suo modo più autentico di esprimersi.
Da allora, è il 2000, la scelta è fatta. L’artista si butta a esplorare una nuova creatività, non più quella dell’esecutore, come in musica, ma quella del creatore che si espone in prima persona, che deve indagare e riconoscere le sollecitazioni interne, tradurle e esprimerle, tra la meraviglia, l’ansia, l’inquietudine, di inoltrarsi in un mondo sconosciuto da cui ora non può più tornare indietro.
Nascono così una serie di tele medio-grandi dal titolo “Vento di terra”, puramente informali, che utilizzano esclusivamente colori naturali: dai verdi vegetali ai marroni, gli ocra, ai rossi senesi e pompeiani.
Se “Scrivo in vento” del 2003-’04, ispirato a un sonetto di Petrarca, testimonia con la fluidità dei suoi segni bianchi, la trasparenza dei blu, l’armonia della composizione, la nuova leggerezza e l’incantesimo dati dal nuovo amore, sono gli ultimi quadri del 2004-2005 a segnare l’inizio della nuova strada.
Monocromi, bianchi o color terra chiaro, offrono allo spettatore un immediato centro visivo dato da un piccolo triangolo rosso o blu che quasi al centro del quadro, ma mai al centro, cattura lo sguardo. Da quella forma, piccola, poetica, aerea, ironica con il suo vertice spostato ora in su o in giù, l’occhio si muove da un punto a un altro della composizione. Quando la percezione si è arricchita di un particolare, lo sfondo in parte granuloso di terra e gesso e in parte liscio, lo spazio diviso in due dal triangolo e da segni bianchi su bianco in senso verticale, si torna indietro per avere una prospettiva più generale. Ma intanto, si è percorso uno “spazio” e un “tempo”: lo spazio creato dall’addensarsi della materia o dal suo rarefarsi, da segni più marcati o più leggeri, che può dare l’idea di vuoto o di denso, di leggero o pesante, di simmetrico o asimmetrico. Ma lo spazio può essere anche legato alla nozione di tempo, al ritmo. Un andamento lento, una trama rarefatta, sono assimilabili a uno spazio pressochè vuoto, mentre un tempo molto veloce ma con una trama molto serrata evoca senza dubbio uno spazio molto denso.
Se così, in questi quadri, la musica sia sotto forma di immagine, sia sotto forma di ispirazione, sia sotto forma di titoli, è apparentemente scomparsa dal quadro, l’immaginazione, libera da ogni controllo, attraverso il suo misterioso e meraviglioso processo creativo, si è appoggiata alla memoria ed è tornata istintivamente a lei, al primo amore.
Ma ormai matura, padrona di una nuova creatività, da origine a quadri in cui la musica si fa tempo e spazio puri.
Non a caso queste tele si intitolano “Come un riverbero”: dal riverbero del suono Cioffi è ora passato a quello della luce, grazie al grande triangolo che con il suo colore differente e la diversa materia divide lo spazio e ne crea la sensazione.
L’immaginazione di chi guarda può volare, ormai libera, in territori totalmente aperti accompagnata da quella stessa leggerezza che era di Mozart, di Klee

 

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IL PIACERE DELL’IMMAGINAZIONE – intervista di Costanza Paissan (2006)

Musicista, pittore… sembra difficile definire univocamente la tua identità di artista. Puoi spiegare i rapporti tra queste diverse scelte espressive?

La mia vita è stata musica per anni e anni, e lo è ancora per molti versi. Sul fronte professionale ho abbandonato la carriera di musicista da oltre dieci anni, salvo rare apparizioni, ma suoni, ritmi e armonie sono parte integrante del mio essere e della mia sensibilità. Quando iniziai a dipingere non era ancora chiaro quali fossero i miei obiettivi. La pittura è entrata velocemente nella mia vita come mezzo creativo d’espressione ulteriore. E’ stato un istinto e un bisogno allo stesso tempo, non un progetto. La pittura non è venuta per sostituire la musica. E di fatto non l’ha sostituita. E’ venuta per soddisfare esigenze espressive che covavo da molto tempo e che non avevo mai messo a fuoco del tutto. E quando è arrivata si è fatta posto prepotentemente.
Nei primi anni di esperienza pittorica ho attinto molto dal mio passato musicale. Ho sempre pensato questo periodo della mia vita come una lenta dissolvenza cinematografica. Molto materiale del mio immaginario è stato mutuato dall’esperienze musicali passate. I titoli e le evocazioni delle mie opere sono inequivocabili. Nei primi anni ho fatto largo uso di parti di strumenti, chiavi per lo più. Ma anche limature d’ottone e argento con cui trombe e flauti vengono costruiti. O polvere d’ebano dei clarinetti. E non è tutto. Basti pensare al tema della tastiera, una lunga striscia obliqua in rilievo. Alle onde sonore nella serie Riverberi. Ai tasti di pianoforte delle Modulazioni.

Come ti sei avvicinato alla pittura?

Il mio primo approccio con la pittura fu ispirato dal colore più che dalla forma. Sono stati i tappeti magrhebini e le lezioni della Bauhaus a rapirmi per primi. In particolare mi fecero compagnia gli appunti di viaggio di Paul Klee durante la mia prima visita a Tunisi e lì capii che il colore mi avrebbe permesso l’accesso ad una forma di espressione più personale e meno accademica della tradizione musicale occidentale cui facevo riferimento. Inizialmente fui molto attratto dalla pittura tribale, specialmente quella aborigena. Poi da Piero Dorazio. Ma ben presto è stata la materia a prendere il sopravvento e diventare il mezzo prediletto della mia espressione.

Dove trovi la tua ispirazione?

Dovunque e in ogni momento. Quando meno te l’aspetti. Quando trovi delle opere che ti impressionano. O degli oggetti che puoi utilizzare. Nei cantieri edilizi ho trovato spesso materiali di cui ho fatto largo uso.
L’ispirazione viene anche di notte. I sogni sono una fonte inesauribile d’ispirazione. Non subito. Tornano dopo qualche tempo e molte prove. Un bel giorno ti trovi davanti al quadro e ti ricordi i sogni di mesi prima!
Le persone che osservano le tue opere sono impagabili (ironia della sorte!). I loro commenti non sempre sono pertinenti ma sono una rivelazione imprevedibile per opere future.

Che importanza hanno per te le superfici, gli spessori, le grane delle diverse materie utilizzate?

La materia è la mia espressione. A volte in funzione della forma, a volte è la forma a esserne subordinata. La materia è il mezzo cui si rivolge gran parte della mia ricerca. Ho bisogno concreto di volume sulla tela, di spessore, di rilievo. E’ il bisogno di andare verso una terza dimensione propria della scultura. E per fare questo devo considerare ogni tipo di materia che mi permetta di raggiungere il risultato voluto. Naturalmente ci sono elementi preferiti e più adoperati. Gesso, stucco, polvere di marmo, polvere d’ebano, polvere di pietra pomice, sabbia, limature varie. Raramente cemento, paraffina, cera d’api. E poi ci sono tanti tipi di leganti, colle naturali e viniliche, lo stesso stucco, il cemento e l’olio di lino crudo. Le combinazioni possibili sono infinite, come i risultati e gli effetti. La sensibilità e la tecnica ti permettono di ottenere il risultato desiderato ma è necessario avere l’istinto di andare oltre e non fermarsi mai. Quello che hai fatto è già passato.

E la carta di riso?

La carta di riso è un mezzo non utile per raggiungere quel rilievo che mi piace dare ai miei quadri. Piuttosto mi serve per creare trasparenze, per celare e far vedere da lontano cosa si nasconde sotto la materia. Una sorta di introspezione visiva sotto e dentro la materia. E’ una finestra sul nostro inconscio. Anche la cera mi permette di raggiungere questi risultati di trasparenze.

Perché scegli di misurarti con le difficoltà della materia?

Non cerco una sfida con la materia, la materia rimane un mezzo e come tale va modellato e plasmato. Non ci sono sfide né prove con le quali misurarsi nella mia ricerca. Dopo anni di dura formazione accademica nella musica ho il piacere e il gusto di cercare fuori da ogni schema e da ogni condizionamento il mio personale percorso espressivo. Le difficoltà ti regalano scoperte sorprendenti, a volte inaspettate. Il lavoro con la materia ti obbliga a guardare sempre avanti con l’esperienza del tuo passato. Spesso non vedi immediatamente il risultato, devi aspettare che la malta asciughi per scoprirne consistenza e tonalità. Ci vuole un lavoro costante, non esistono ricette ma solo esperienza e fantasia per cambiare ogni volta un po’.

Senza condizionamenti e senza influenze?

Condizionamenti, no. Influenze, sì. Molti sono stati gli artisti che hanno lasciato un segno nella mia immaginazione. Dopo Klee e Dorazio che ho già citato ricorderei, Tapies, Fautrier, Burri, Turcato, Fontana.

Rispetto alle tue opere del passato sembri prediligere un uso sempre più parco del colore.

Il colore sta lasciando spazio al volume. In questo momento mi interessa creare piani e punti di vista diversi e più profondi. L’effetto cromatico è secondario. Piuttosto mi interessa creare una luce differente attraverso il rilievo della materia. Per questo motivo mi trovo quasi costretto all’uso di un unico colore che ci apparirà con luci e ombre prodotte dallo spessore del mezzo utilizzato. Vorrei offrire lo spunto per andare oltre l’apparenza e penetrare a fondo nell’oggetto, aiutare l’occhio a cercare una realtà e un senso che si trova anche oltre il piano e la superficie della tela.

Nella tua produzione balza agli occhi un’appassionata ricerca della forma. Essa però non è mai ovvia né rigidamente definita dalla geometria classica.

La forma è un bisogno recondito di ragione, di tranquillità. Una sicurezza cui far riferimento nell’informale manifestazione della materia. C’è una posizione dialettica tra forma e materia, nessuna è subordinata all’altra in maniera predefinita. Sono due elementi complementari. Sono lo spazio e il tempo, libertà e ragione, e la ragione ci appare sotto una delle forme più perfette, un triangolo accennato in maniera del tutto personale.

Per questo bisogno ti sei discostato dall’informale?

L’attrazione di un linguaggio libero da schemi e non convenzionale per definizione è irresistibile, è il piacere dell’immaginazione pura e della trasgressione allo stesso tempo. Non mi sono mai affrancato dalla pittura informale. Né ho mai cercato di allontanarmi. Ho trovato un equilibrio per inserire la forma all’interno di una costruzione informale. Ma è quest’ultima che mi seduce più della forma. La musica è un ricordo, è il mio passato e il mio vissuto. Presente e futuro sono la materia.

E in questo nuovo equilibrio ti senti più a tuo agio?

Non è una questione di agio ma di piacere. E il piacere non è comodità. Il piacere è conoscenza, sensualità, scoperta, erotismo, ricerca, studio, immaginazione. Il piacere è altro, è oltre.

Da musicista non provavi tutte queste sensazioni?

Farei una precisazione. Io ero un flautista, un interprete, ero io stesso un mezzo di comunicazione tra l’autore e il pubblico. Nella vita di uno strumentista classico non c’è vera creazione ma piuttosto riproduzione. Fantasia e immaginazione sono fondamentali e imprescindibili, ma le note non sono tue e, soprattutto, nel novantanove per cento dei casi non sono del tuo tempo. Sono stato un interprete, non un autore.

E non ti manca niente?

Mi manca lo studio dello strumento e l’applauso del pubblico. I quadri tante volte non sai nemmeno in mano a chi siano, non sai dove vanno. Quando ti mostri in pubblico sono passati anche mesi dall’ultimazione dell’opera. Mi manca il calore e l’immediatezza che trovi solo sopra un palcoscenico. Per il resto preferisco dipingere. Mi sento più ispirato e soprattutto più libero.

Cosa ti piace dell’arte contemporanea?

L’utilizzo della fotografia. Anche se non è il mio mezzo. Ogni tanto mi sento attratto da elementi figurativi, e le chiavi di strumenti che ho utilizzato in passato in fondo lo erano. Mi sembra però di tradire l’ispirazione in funzione delle tendenze d’oggi. La mia sensibilità ha tracciato un percorso che sto percorrendo in maniera indipendente e del tutto personale. Il mio è un mezzo antico proiettato nel futuro. Non è la tecnologia che ci rende attuali e originali. La pittura tornerà presto più attuale di prima.

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SUONI DEL SILENZIO di Gaia Salvatori (2006)

Era intitolata a “Il limite svelato” una mostra torinese in cui molti anni fa mi imbattei e che mi aprì gli orizzonti delle conquiste linguistiche degli anni ’60 e ’70 nelle arti. Le significative esperienze allora presentate conducevano a confrontarsi sui ‘confini’ fra i linguaggi sul filo dei quali si stava sviluppando la più sottile sensibilità contemporanea coltivando campi di tensione fra le arti che sondavano tra le impervie possibilità di “rimodellare il limite” (come scrisse allora Germano Celant), metafora plurisignificante di ricerca del nuovo.
Ritrovando Stefano Cioffi a distanza di molto tempo, provo a reinterrogarmi su quella metafora sollecitata dall’impatto con la sua nuova produzione in cui mi sembra, appunto, prendere forma ancora una volta un’idea del ‘confine’ non come limite, ‘borderline’, ma come seduzione dell’estensione di un orizzonte.
Lasciando sospeso il lungo “silenzio” in cui Stefano ha conservato la sua pittura, ripenso inevitabilmente ai suoi esordi artistici vissuti a pieno nella dimensione – come ebbi a scrivere nel 1995 – dell’”ut pictura musica”. Allora i rapporti e le analogie fra i due suoi privilegiati campi di espressione erano evidentemente avvertibili, senza nascondimenti, riconoscibili finanche da precisi riferimenti iconografici, per mettere alla prova il suo radicato humus musicale nella scoperta del nuovo linguaggio della pittura e ancora nell’aspirazione, allora quasi inconfessata, di voler fare musica come si fa pittura, di immaginare, se possibile, di interpretare la musica rompendo con il suo sistema accademico, grazie al nuovo alimento, tutto materico, trovato nella pittura. Ma ora i rapporti di forza, all’interno della trama delle sue emozioni creative, mi sembrano cambiati. Ed è intervenuto a modificare questi rapporti proprio il più astratto degli elementi musicali: il “silenzio” .
Con forza, però, questo elemento ha scaraventato l’artista, quasi come per un’irruzione inaspettata, sul suo bordo più estremo, portandolo nel pieno del magma della materia. Il rapporto ancora non consumato con la musica ha regalato così a Stefano Cioffi una nuova dimensione di ricerca dove il confine fra le arti, grazie alla conquista del silenzio, della pausa come espressione (elemento fondamentale del suono) è stato superato nella scelta incondizionata del solo linguaggio della pittura, con le sue differenze materiche, i suoi stadi, le sue potenzialità sia cromatiche che plastiche. Cionondimeno i quadri che Stefano Cioffi presenta oggi a Roma sono tutti indifferenziatamente segnati da un’idea di ‘confine’, di un confine però non inteso come metafora di separazione, ma come linea immaginaria fra ordine e disordine, fra materiale ed immateriale, come realtà produttrice di energia.
Se l’Informale, cui Stefano Cioffi ha dagli esordi alimentato la sua cultura artistica, sgorgava dal naturalismo astratto lasciando spazio totalizzante alla sensibilità soggettiva, al racconto emotivo anche con mezzi ‘brut’ ed elementari, nelle sue opere più recenti le materie prescelte (sabbie, polvere di marmo, cemento bianco, polvere di pomice, polvere d’ebano risultante dalla lavorazione dei clarinetti, stucco e colle), pur trattati in termini apparentemente ‘informali’, sono il volto concreto e tangibile di una ricerca consapevole, come immagini di pensiero. Il risultato non propone mondi di accattivanti apparenze, ma di profondità che, nella fedeltà al genere prescelto (la pittura), rivela l’inquietudine propria dell’apertura avventurosa verso mezzi espressivi non canonizzati.
Stefano Cioffi si muove così ancora entro delle cornici, tele bidimensionali che, messe le une accanto alle altre, sembrano dei tagli all’interno di una continuità e che, con la scelta materica del supporto (la juta sul versante nudo trasuda comunque materia) stabilisce un primo stadio plastico che è ‘preparazione’ di nuovi stadi sempre più aggettanti. L’opera, in definitiva, si costruisce gradualmente di schermi plastici che segnano passaggi di modulazione verso un’ancora inesplorata dimensione, la scultura, e che delimitano domini di una architettura dove l’idea del confine sta tutta nella materia pittorica come luogo di concentrazione sull’ambiguità, sulla duplicità del suo concetto tra barriera-limite e bordo permeabile a nuovi, inediti, imprevedibili passaggi.

Gaia Salvatori

 

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L'OPERA AL NERO di Fedora Franzè (2008)

Dal suono al concetto
Già flautista e insegnante di musica, oggi artista a tempo pieno, a qualche anno dalla totale dedizione al nuovo mestiere Stefano Cioffi è come uno scultore dell’aria che si avvia a divenirne uno scrittore, in un’ascesa verso l’impalpabilità che passa attraverso il gusto da purgatorio della manipolazione della materia. Tanto la musica lo ha ispirato nelle prime opere e tuttora - con una storia interna di questa sua primaria fonte di ispirazione che cerchiamo di dipanare gradualmente –, da rendere il suo linguaggio, fatto di una bicromia severa nelle opere recenti e di materiali i più diversi, una scrittura dello spazio e del tempo che usa la superficie come un foglio di appunti, anzi una partitura. Al lettore resta di colmare l’opera, di interpretare a suo modo portandola a compimento - è naturale - ma con un margine d’intervento sulla costruzione di significato (nel senso più vasto e soggettivo possibile) che sembra farsi via via più ampio man mano che l’autonomia dell’artista da un immaginario largamente condiviso prende corpo.

Verso l’idea
Il percorso interno della musica nell’arte di Cioffi è uno degli aspetti più interessanti e forse l’unica via di penetrazione possibile, volendo entrare nel suo modo di concepire l’opera d’arte con tutte le variazioni ed evoluzioni di tracciato intercorse negli ultimi anni da un punto, se non aurorale, comunque abbastanza precoce rispetto alla conquiste attuali.
Senza risalire alle prime prove ma a pochi anni or sono, si vede come un accostamento al mondo dell’arte forse inevitabilmente abbia proceduto e insistito dal e nell’immaginario del musicista, quello che persino un profano può identificare facilmente nei suoi parallelismi, similitudini, metafore: immagini corsive d’immediato impatto e comprensione, come le onde sonore che diventano onde d’acqua, poi lembi di terra e giochi di contatto con il mare di geografie reinventate, lagune.
Su queste fantasie di soglie, di fratture nella continuità di un tessuto cromatico e materico che disegna il silenzio nel quale il suono si dispiega, si inseriscono le pause, ancora nel segno della cesura temporale, stavolta nel corso dell’esecuzione musicale, e della sua traduzione in immagine. La figura perfetta e conciliante del triangolo assume funzioni diverse: pausa, modulazione, cadenza, fino al picco di luminosità, dove un valore del tutto pertinente all’ambito delle arti figurative sostituisce le altre associazioni di senso (Come un riverbero, serie, 2006).
Sono come incursioni quelle di Cioffi nel mondo della “figura”. Negli esperimenti condotti nelle arti dello spazio provenendo da un’arte del tempo, tenta egli di portare quel senso dello spazio come attesa, che nelle opere recenti diviene buio che acuisce i sensi fino all’annullamento della visione nel nero, per lasciare spazio ad un suono che non è rappresentabile, e che per questo diventa qualcosa d’altro, la propria rappresentazione concettuale, oppure si può spostare dalla musica al suono urbano, al rumore. Ma quest’ultima è un’altra storia, o meglio una storia parallela, sviluppata in alcuni progetti installativi dell’artista.
Restando ancora alle origini del processo che ci interessa ai fini delle opere attuali, nella ricerca del filo rosso di una continuità, troviamo l’insistenza della linea orizzontale, memoria di pentagramma ridotto ai minimi termini, ancora da completare e riempire o legature tra note immaginarie, rapporti sospesi tra termini incogniti, o figura essenzializzata di una tastiera.
Ed ecco che torna, e si fa sempre più insistente, cambiando forma, il silenzio (pausa, incompiuto, attesa, potenzialità), che arriva ad essere il valore costante della ricerca, il piano di fondo, il foglio bianco che precede l’evento e diventa in seguito l’evento con piena dignità.
Ancora alla prima delle fasi analizzate risale la sperimentazione della varia consistenza delle terre, dei pigmenti, ai quali può corrispondere una risposta acustica ogni volta diversa, in questo viaggio di scoperta delle consonanze tra le arti presto superato dai propri stessi esiti.
Le suggestioni - o un ricordo che resta a nutrire la sensibilità per le forme - di Klee erano ancora evidenti nelle Modulazioni (2005), corposi skyline di tastiere proiettati sulla superficie pittorica, dalla forte vocazione geometrica; le tracce del disegnatore di equilibri onirici si legge nelle forme geometriche ammorbidite, sovrapposte le une alle altre; ad esse si sposa una forte matericità del lavoro, un olio denso come calce che più che campire le forme le scolpisce, sia pure a bassorilievo. E come la calce, bianca è gran parte delle superfici, con accensioni sporadiche o gradazioni sottili che sondano la gamma terrosa degli ocra fino ai bruni e dei grigi. La sabbia, il cemento, la polvere di pomice, di marmo, d’ebano, varie limature, concretizzano in una dimensione via via più plastica la visione dell’artista, che ne studia la porosità, la granulosità, l’opacità, la personalità prima sul tema costante dell’onda, o linea di confine, come è stato evidenziato da Gaia Salvatori. Forme biomorfiche, dalla naturalità sottolineata dalla scelta dei colori e della materia, baie, spiagge, ferite, acqua che lambisce e ripara, foci di fiumi, affondi nella superficie della parete fino a cavarne l’altra natura, quella che si nasconde sotto e scopre il perturbabile. A questa esigenza sembra poter ascrivere pure le opere in carta dove la sovrapposizione e gli effetti di trasparenza sono frutto della stessa ricerca, che sostituisce uno spessore mentale allo spessore corporeo della materia scultorea. Un viaggio in una natura parallella, già rielaborata, mentale, eppure ancora legata ad una referenzialità naturalistica, più libera nelle Modulazioni e Cadenze (2005). E ancora allo stesso filone d’indagine può ricondursi l’uso recente del perspex, filtro, membrana tra due spazi, o due livelli di profondità.
Della resa in immagine di un suono o, al contrario, del suono proprio di quel materiale (inteso come trasformazione possibile delle qualità di un materiale in suono), alla decantazione dell’universo musicale in uno spazio diverso, più ampio, dove esso non è più unico filtro espressivo attraverso cui leggere e restituire una realtà personale, ma uno dei modi possibili, che diventa sempre più contenuto, oggetto, e si avvia a divenire concetto, categoria aperta. Si potrebbe dire che il percorso di Stefano Cioffi si dipani come una progressiva emancipazione da quel passato da musicista che inizialmente pare stringerlo da presso, più ancora che ispirarlo? E che via via che l’immersione nel vivo di una materia artistica diversa si fa completa, anche l’immaginario si modifichi in virtù del medium che lo tradurrà in opera? In parte è così, in parte no, nel senso che il processo non esaurisce in una dinamica simile il suo sviluppo, prevedendo al suo interno una catena di mutazioni che pur rimanendo dentro al discorso ne prepara la conclusione e un nuovo avvio, a volte recuperando elementi comparsi in una fase primaria.
La differenza tra le Modulazioni e le Cadenze del 2005 e le ultime opere racconta di un’accellerazione vertiginosa dei due anni appena trascorsi. Un cambiamento che mi sembra avere a che fare solo parzialmente con la scelta del linguaggio – uno stile quasi informale; una rinnovata attenzione alla forma; tentazioni concettuali, tra arte e design minimalista – a parte il fatto non da poco che il linguaggio è l’opera finale –, mentre per quanto riguarda la rivoluzione dell’attitudine dell’artista verso la propria arte, ebbene qui si è verificato un salto, non un passaggio graduale. Come se non bastasse più spiegare alcune sensazioni note, comunicarle attraverso la traduzione da una lingua ad un’altra (nel senso di un confronto proficuo e uno scambio tra linguaggi dell’arte), ma occorresse risalire alla natura tutta intellettuale di quell’esperienza e distaccarsene con i sensi per coglierne nuove angolazioni e tornare forse ad una rinnovata esperienza sensoriale. Quindi il racconto del suono lascia il posto alla “documentazione” del concetto.
« C’è un processo che trasporta il mondo in un mondo di idee. Questo processo va interrotto. La musica come idea si riduce a una parola. Questa parola ha bisogno di materializzarsi in una musica.» affermava Giuseppe Chiari in risposta agli interrogativi di Paolo Coteni e Ada Lombardi sulla musica e sull’arte (4 domande e 80 risposte, pubblicate in Giuseppe Chiari, le scelte trasgressive, catalogo della mostra, GNAM 2005). Stefano Cioffi risale la corrente procedendo in senso inverso a quello indicato da Chiari, provando a portare a fondo quel processo di riduzione che arriva all’unica parola, se così davvero sarà.
Se è vero che la sua ricerca nasceva, più di dieci anni fa dalla fascinazione del colore, dal bisogno di esprimersi in un altro modo rispetto al suo consueto che ne faceva un interprete, non abbastanza “creatore” della propria arte, oggi gli obbiettivi sono cambiati. Naturalmente Cioffi arriva ad oggi attraverso le tappe intermedie già viste ma è interessante notare quanto distante dal gusto del colore sia la sua attuale produzione. E quanto legata al mondo della musica sia tuttora la fantasia sperimentatrice che lo conduce all’esplorazione delle possibilità dei materiali, nonostante l’iniziale voglia centrifuga di esprimere altro, o di esprimersi anche al di fuori di quel mondo. Cambiare strumento espressivo vuol dire necessariamente cambiare contenuti, o modificarli talmente di segno da trasformarli in qualcosa di profondamente diverso, ma può verificarsi un salvifico scambio di ruoli. Adesso lo strumento cade, a pezzi, dentro l’opera. Ne troviamo chiavi dentro riquadri ad hoc o appoggiate sulla tavola come sgocciolature di colore, come se potessero sciogliersi e trasformarsi nella materia, nella carne dell’opera. C’è una sensualità in questa esigenza di manipolare qualcosa di familiare fino a farlo aderire alle nuove necessità, un’amorevole costrizione che tira dentro corde, idee di archetti, di tastiere, di pentagrammi, chiavi, in un contesto nel quale essi assumono valenza estetica, in un processo sublimante che ne muta la natura strumentale. Dunque appare più diretto il richiamo di oggetti che fisicamente sono presenti nelle opere (esattamente come nelle primissime) e non più solo nella memoria dell’artista eppure è una presenza assorbita dal nuovo contesto, ad essa evocata e non il contrario.
Nel frattempo al gusto del colore, sovvertito da una monocromia negatoria, è subentrato il gusto della materia, già peraltro coltivato ma attualmente quasi esclusivo, nel senso che ad esso vuole essere dedicata l’attuale ricerca dell’artista. Tuttavia oggi più che un’immersione nel vivo della loro fisicità pare essersi fatto strada un uso freddo, cerebrale di elementi e materiali tratti dalla realtà quotidiana, come ferro, piombo, porzioni di specchio, legno, incastrati gli uni agli altri in una strutturazione architettonica ancor più che scultorea. I materiali cromatici li fabbrica Cioffi stesso: si tratta per lo più di pigmenti trattati con grafite e ossido di ferro e di vite per ottenere il nero dell’intensità giusta da stendere sulle tavole.

Profondo nero
Sospensione. Negazione dello spazio “naturale” regolato dalla legge di gravità e sensibile alle vibrazioni luminose dello spazio circostante. Cioffi crea il buio, perché l’ascolto ne risulti agevolato, sia pur un ascolto che passa attraverso l’immagine. E per annullare lo spazio fisico, lasciando che il tempo la generi o la lasci affiorare: la superficie è frazionata ritmicamente da elementi esterni che vi si appoggiano o incastrano, in insiemi di una purezza inedita rispetto al proprio percorso. Nel caso di Pentagramma (2007) la tavola è animata dalla presenza di cinque elementi verticali che partecipano per buona parte ad essa ma funzionano anche come recettori dell’ambiente esterno, catturato dalle loro estremità, antenne e prolungamento, in uno scambio che mette in rapporto la superficie con uno spazio altro negandone la bidimensionalità. Il legame con il pentagramma è ovvio, dunque con la scrittura che assume volume e si trasforma da insieme di elementi grafici convenzionali a oggetto tridimensionale. In opere analoghe la scrittura resta interna al supporto, e si allunga il tempo del silenzio attraverso il ribaltamento e lo sviluppo in orizzontale, alla fine del quale essa interviene.

Eleganza.
L’essenzialità e l’eleganza sono le caratteristiche più lampanti di questa avventura nera sul nero, fatta di tagli di luce generati dall’interno, in forza dei bordi nitidi, di sovrapposizioni e scavi leggeri leggeri, di ritmi calcolatissimi con cui le asticelle scandiscono la superficie o gli intarsi di piombo o di specchio vi si insinuano. Una ricerca di armonia che trova nella composizione monocroma il campo d’azione ideale, che ha eliminato in partenza l’ostacolo distraente dei rapporti tra i colori applicati, per privilegiare la relazione tra i materiali e tra i loro specifici valori cromatici. In sound.org(an) (2008) il nero assoluto apre un largo spazio ad una lastra di piombo lavorata col regolo, che lascia le tracce delle asperità della superficie dal fascino pittorico. Se si vuole trovare un’assonanza, l’opera appare vicina a certi lavori di Giuseppe Uncini anche se con una più spinta volontà estetizzante. Si modula la fascia nel rapporto con le inserzioni nei diversi toni di nero e grigio; ancora una scrittura, un’aritmia, ancora una memoria di tasti, entrambi bicromi. Sul livello inferiore, come una predella che accolga la parte narrativa al di sotto dell’episodio focale, si aprono finestre cieche, intelaiature di legno nero su legno nero e di specchio, una sorta di «bacheca della memoria» secondo le parole dell’artista, nella quale sono conservati pezzi della sua identità, chiavi di uno strumento musicale. In un gioco di aggetti di cornici, di livelli diversi e fittizi, di riflessi, in una sintesi espressiva efficace, l’opera vive di una intensa qualità sua propria, nella quale tutti gli elementi formali e materico-cromatici contribuiscono all’armonico risultato finale.

Tensione.
Una doppia tensione, alla riduzione massima che arriva come termine ideale alla scrittura (e non a caso alla parola, come secondo il vaticinio di Chiari, e al numero, corrispondenti) e alla sua restituzione ad una vita a tre dimensioni come garanzia d’esistenza. Nell’opera FIVE (2008) il primo passaggio - nell’ordine della presente esposizione, non nella poetica dell’artista dove le forze vivono parallele - è pienamente compiuto, e come in ogni processo vitale, si trasforma già in qualcosa d’altro: le sgocciolature di colore, la dinamica tra i quattro livelli della tavola, del riquadro in piombo, della zona ribassata e dipinta di grigio, della terminazione anch’essa in piombo, “riscatta” l’immagine dalla pura concettualità.

Un pentagramma monumentale
Rientra nel medesimo progetto a cui fa capo la presente mostra e le opere pubblicate in catalogo, un’installazione nella quale l’attitudine alla scrittura dell’aria, per così dire con un’espressione che vuole render giustizia alla doppia polarità del percorso pittorico-volumetrico e alla sua impalpabile grazia a dispetto della popolarità e pregnanza della materia prima, trova una ulteriore modalità espressiva. Secondo il disegno, già pensato per la romana piazza Regina Margherita, poi reso impossibile da realizzare a causa della definitiva conformazione poco adatta alla sistemazione di un analogo complesso, sarà proposto un insieme di elementi verticali in ferro, più precisamente delle colonne, in prevalenza dritte e cinque come le righe del pentagramma. Una di esse è inclinata, si flette allo spazio intorno accogliendolo e rendendosene parte integrante. Un consesso di colonne e rocchi che si fa scrittura e strumento, creazione e interpretazione, non soltanto personale quanto sociale, urbana

Fedora Franzè

 

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LA MUSICA SEGRETA DELLE COSE di Lorenzo Canova

La fotografia come strumento di connessione non solo tra il mondo e la sua rappresentazione, ma anche tra arti diverse che dialogano grazie a un autore capace di passare in modo rigoroso dalla musica alle installazioni, dalla scultura ai nuovi media tenendo uniti i diversi filoni grazie alla visione unitaria del proprio lavoro. La fotografia in questo modo può diventare un medium aperto che aiuta a penetrare l’opacità del mondo e a mettere in contatto quelle forme di creazione che di quello stesso mondo cercano di dare la loro immagine e che diventano gli elementi fondanti di un linguaggio che elabora i nuovi vocaboli di una realtà condivisa Uno scatto fotografico così concepito supera la sua semplice capacità di cogliere un dato attimo in modo meccanico non solo nel perpetuare e, in un certo senso, rendere reale la sua essenza transitoria, ma sconfinando nell’esperienza percettiva, estetica ed emozionale di un’opera che si apre a suggestioni che superano il suo impatto iniziale per raggiungere territori differenti dove il suono e l’immagine entrano in una nuova forma di dialogo. Il lavoro di Stefano Cioffi è dunque collocato in questo contesto allargato e composito, lavorando come musicista e artista visivo e mettendo spesso in contatto questi due versanti in opere che non possono prescindere dalla dualità delle forme espressive che gli appartengono e che riescono a comporre i suoi mondi in una personale e originale fusione. Cioffi alterna e mescola la leggerezza del suono e l’immaterialità elettronica alla pesantezza e alla ruvidità della materia, usa la presenza incombente di una scultura pesante e possente fatta talora di forme scabre di metallo che contengono un olio denso e scuro, curva e modella il legno come un liutaio ma utilizza allo stesso tempo inserimenti di monitor con video e la presenza di sonorità, spalancando la dimensione conchiusa dell’opera tridimensionale verso una più intensa vocazione ambientale e installativa che trascina lo spettatore nella sua profondità immersiva e coinvolgente. Dal crogiolo di queste esperienze nasce quindi la ricerca di Cioffi dedicata alla fotografia grazie alla quale i diversi campi che attraversano il suo lavoro si saldano in scatti dove luoghi, oggetti e persone sono visti con un occhio da musicista attento all’armonia delle cose e di scultore attento alla loro presenza plastica. Nel suo recente ciclo fotografico l’artista si è dedicato alla partitura recondita che si nasconde nella quotidianità, alle linee della natura e dell’artificio, tracciate dagli eventi atmosferici o dall’uomo e che compongono strutture che il suo obiettivo coglie aiutando il nostro sguardo a vedere in modo diverso quello che ci circonda. Così con l’acuta esattezza di un chiaro e scuro penetrante e incisivo che scava nell’immagine e ne estrae la qualità più intensa, Cioffi mette allora in risalto linee che sembrano comporre pentagrammi celati negli spazi attraversati e vissuti nei suoi viaggi e nelle sue giornate in città. L’artista si avvicina così a paesaggi e a terre dove indovina segnali sfuggenti, evidenzia tracce lasciate sulla neve e insegue sentieri scavati nel suo manto bianco, supera pianure e montagne fino a ritrovare la vita metropolitana. Le forme delle scale e delle ringhiere, le luci delle finestre, le tegole di un tetto o i tubi di una serra, i tralicci e i cavi dell’alta tensione o le strisce pedonali compongono così i segni di un misterioso spartito nascosto e palesato dalla macchina fotografica guidata dalla mano di un’artista che cerca l’armonia, gli accordi, le consonanze e le dissonanze che accompagnano l’ordine e il disordine del mondo, intuendo infine la misura misteriosa che indirizza la nostra percezione nello spazio, il canone che modifica le prospettive della visione interiore ed esteriore del mondo e rivela, infine, la musica segreta delle cose.

Lorenzo Canova

 

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WHITELINES di Maria Savarese

La serie di fotografie White Lines di Stefano Cioffi nasce da un’attenta e non casuale ricerca espressiva sul paesaggio naturale; un paesaggio silente dove la neve accentua la sensazione di una stasi, volutamente ricreata in cui esaltare elementi di “disturbo lineari”. E’ infatti l’orizzontalità il tema dominante: linee parallele che si sovrappongono a comporre e richiamare la struttura di un pentagramma. Forme chiare, semplici ma forti e decise nella comunicazione dell’idea che l’artista vuole rappresentare. Linearità come impalcatura di un discorso in attesa di essere svolto, di un pentagramma vuoto ma suscettibile di essere riempito più che da singoli suoni, dall’idea di una intera sinfonia che ne può scaturire. Ma il silenzio domina, e il silenzio non è mancanza di suono ma elemento esso stesso, la pausa, che compone misuratamente il suono. Ed è così anche nelle fotografie in cui pietre, oggetti accatastati o singolarmente rappresentati, evocatori di un drammatico passato che ha sconvolto e dilaniato questo territorio durante il primo conflitto mondiale, rompono la linearità, grazie ad un sapiente uso del mezzo fotografico che utilizza la neve come canovaccio estetico di questa intera serie. Una ricerca quindi che parte da immagini interiori, minimaliste, che riescono a trasmettere l’idea delle stesse attraverso un uso evocativo dei soggetti. L’uso del colore lascia totale vantaggio alla luce. Sia per il soggetto dominante, la neve, bianca, lucente, pura, sia per i soggetti, incisivi, scarni e decisi che permettono di cogliere con un unico sguardo la totale composizione cromatica delle opere. Ed è la luce che consente di penetrare nei paesaggi, di sottolineare i soggetti, di farli continuare ad emergere o nasconderli oltre il piano stesso delle foto. Un’abilità studiata, acquisita che permette all’autore di utilizzare la macchina fotografica ormai come mezzo espressivo privilegiato, potente e preciso.

Maria Savarese

 

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Stefano Cioffi copyright - 2007
www.stefanocioffi.it a cura di Giulio Guerra