Postfazione a L’urlo indifferente di Maurizio G. De Bonis (2014)

Postfazione a L’urlo indifferente di Maurizio G. De Bonis

 

Nel 1937, alla vigilia dello scoppio della seconda guerra mondiale, il cineasta francese Jean Renoir realizzava uno dei suoi capolavori: La grande illusione. Opera complessa e ricca di riflessioni di tipo filosofico, viene più che altro collocata, genericamente, nell’ambito di un cinema di ispirazione pacifista.

La vicenda ambientata durante la prima guerra mondiale vede come protagonisti alcuni militari francesi catturati dai tedeschi che tentano in tutti modi di evadere dai campi di prigionia nei quali di volta in volta vengono portati.

Il film di Renoir, come già detto, non è però solo un lungometraggio contro la guerra. È qualcosa di più, di altro. È una parabola esistenziale sui rapporti umani all’interno della condizione straniante del conflitto bellico, è una lucida critica alle sovrastrutture politiche e sociali che separano i destini dei popoli e degli individui. È, infine, un caustico atto d’accusa nei riguardi dell’arroganza del genere umano che fatalmente tende a dividere, disegnare confini, alzare barriere, fattori che l’universo della natura non può riconoscere. In tal senso, innumerevoli regioni del nostro pianeta nel corso dei millenni sono state contese, sezionate, rimodellate, conquistate, perse, riorganizzate, ma i diversi paesaggi che facevano da sfondo a tali azioni sono sempre rimasti del tutto indifferenti agli artificiosi interventi umani e hanno mantenuto la loro distanza rispetto alla parossistica volontà di controllo che gli esseri umani hanno esercitato attraverso le organizzazioni statali.

 

Ne La grande illusione, i due personaggi centrali (soldati francesi in fuga verso la libertà) Maréchal ( Jean Gabin) e Rosenthal (Marcel Dalio) a un certo punto, poco prima di tentare di attraversare il confine montagnoso tra Germania e Svizzera (e mentre sono nascosti nella boscaglia), si scambiano alcune parole. Dice Maréchal (rivolto al suo amico-compagno di fuga): “Ma sei sicuro che sia la Svizzera lì di fronte? A me sembra che sia tutto uguale qui”. Risponde Rosenthal: “Che cosa vuoi…le frontiere non si vedono. Sono un’invenzione dell’uomo. La natura se ne fotte”.

Tale dialogo risulta indicativo riguardo l’impostazione concettuale di Renoir, ovvero la volontà di rappresentazione dello scollamento assoluto tra l’idea di possesso territoriale dell’uomo, su base etnico-politica, e l’essenza astorica dell’esistente.

Cosa accade, dunque, realmente, quando un tratto di confine o un’area oggetto di conflitto divengono teatri di battaglie violentissime, trasformandosi in palcoscenici di morte insensata, di sopraffazione dell’uomo sull’uomo? Quale influenza hanno su tali luoghi lo spargimento di sangue, le atrocità inflitte da un individuo a un altro? E ancora: rimangono tracce (seppur invisibili) di questi eventi nello spazio ambientale?

Sembrano proprio questi i quesiti che si è posto Stefano Cioffi nel corso della realizzazione del suo lavoro fotografico L’urlo indifferente.

 

Lo sguardo di Cioffi, perso nella zona del Monte Croce Comelico (tra il Veneto e l’Alto Adige) e idealmente guidato dal diario di guerra del naturalista e geografo Giovanni De Gasperi (morto in battaglia nel 1916 sul Monte Maronia, vicino a Folgaria - TN),  ha vagato, ha tentato di percepire e “sentire” l’orrore e l’insensatezza delle azioni umane, proprio in quei settori di confine, in quelle montagne, dove durante la prima guerra mondiale soldati italiani, provenienti da tutte le zone del paese, e austriaci si fronteggiarono in battaglie che provocarono centinaia di migliaia di morti.

Trincee, fortificazioni, sentieri, pendii, foreste, altipiani pietrosi, radure improvvise. Ancora oggi attraversando questi spazi si possono immaginare, sepolti sotto molti strati di silenzio, il rumore assordante delle esplosioni, la sofferenza dei corpi, le urla disperate. Sembra di poter udire gli ordini militari che spingevano intere generazioni di giovani verso una morte certa. Questi ambienti si manifestano, dunque, come il risultato di una sovrapposizione di eventi destabilizzanti, come i diversi contenitori di un universo di dolore che ha piantato le sue radici su quelle montagne indifferenti.

Stefano Cioffi, evitando l’esercizio prevedibile della sterile documentazione geografico-storicistica, ha tentato di mettere in comunicazione profonda la sua sensibilità umana e artistica con l’anima dei luoghi, ha peregrinato per sentieri, crinali e prati tentando un paradossale, quanto acuto, “esercizio filosofico”, ovvero immergersi nello spirito del posto cercando, attraverso la sua esperienza fisica e sensoriale, di coglierne la componente più autentica, cioè la sua anima. Ma tale esercizio intellettuale non è stato, però, effettuato in un “parco” di tipo platonico e Cioffi non si è mosso predisponendosi placidamente ad assorbire simboli armoniosi e naturali, quanto, piuttosto, comportandosi come un recettore vigile e rigoroso di echi mostruosi e nascosti; ed è così passato dalla possibilità dell’esperienza puramente simbolico-estetica a quella più concreta della memoria.

Il suo atto di fabbricazione artistica è scaturito, dunque, dal procedimento di attualizzazione del passato, dall’emersione nel presente di sensazioni che sembravano ormai solo elementi di un ricordo storicizzato. Nel far ciò, non è andato semplicemente alla ricerca dei luoghi di battaglie per fotografarli, ma ha operato attraverso il meccanismo dell’evocazione, trasformando il dispositivo ottico e i propri occhi in filtri in grado di afferrare il peso fantasmatico di un passato tragico e straziante.

 

Le sue immagini riportano alla luce siti che oggi comunicano una sensazione totalmente enigmatica. Aree isolate avvolte nella nebbia, manufatti ormai quasi irriconoscibili, sentieri che portano verso il nulla, boschi fittissimi in cui la luce non sembra poter filtrare, campi innevati dall’aspetto lunare, creste montagnose che nascondono l’orizzonte. Le opere di Cioffi fanno emergere un labirinto inestricabile di segni che è in grado di farci avvertire a pieno la condizione alienante e insensata che vissero un secolo fa i soldati che si trovarono a combattere un nemico che a volte non erano in grado di vedere.

Centinaia di migliaia di esseri umani morirono perdendosi dentro questo labirinto, nell’ambito di un conflitto in cui l’abbrutimento umano era direttamente proporzionale alla durezza arcaica dei territori nei quali si combatteva.

A tal proposito, le fotografie di Stefano Cioffi fanno tornare in mente le inquadrature e le sequenze principali di un altro importante testo audiovisivo incentrato sulla prima guerra mondiale: Uomini contro (1970) di Francesco Rosi.

In questa pellicola, i militari italiani schierati lungo la linea del fronte si trovano spesso a dover affrontare il nemico di notte, oppure in un paesaggio nebbioso in cui nessuno può vedere l’altro. Rocce, dirupi, spianate sassose, trincee che lacerano il suolo come ferite non suturate; oppure foreste scurissime che occultano la presenza di una minaccia. Rosi riuscì, con la sola forza delle immagini e “illuminando” lo spirito dei luoghi inquadrati, a mostrare l’irragionevolezza della guerra e la conseguente impossibilità da parte degli esseri umani di entrare in sintonia con l’habitat in cui agiscono. I comportamenti umani, nella vicenda raccontata da Francesco Rosi, finiscono per perdere ogni tipo di connessione con la ragione.

La lotta contro l’altro venne in sostanza raffigurata dal regista napoletano come una sorta di delirio lucido che escludeva le coordinate delle civiltà per lasciare il posto a una sorta di condizione animalesca senza prospettive.

 

Esattamente come Rosi, Cioffi lascia che il suo sguardo ci racconti l’imperscrutabile complessità della situazione ambientale e la deriva di una coscienza umana che ha cancellato il concetto di convivenza civile; e in più allude compostamente alla brutalità con la quale l’uomo ha violato il linguaggio della natura. Le immagini che fermano l’imbrunire o che ci mostrano l’arrivo di        un’inquietante bruma permettono al fotografo di narrare visivamente la frattura tra umanità e natura, tra senso dei comportamenti sociali e ritmi del tempo naturalistico, tra idea di possesso (tipica del mondo animale e umano) e l’algida indifferenza dell’esistente che, pur essendo costantemente abusato dall’uomo, non può che rimanere distaccato da quest’ultimo. 
L’apparente oggettività delle inquadrature, la chiarezza della forma compositiva, l’essenzialità delle linee evidenziano una potente contraddizione di senso, un abisso che solo il rigore formale dei suoi scatti è capace di far emergere, ovvero il conflitto tra dolorosa sedimentazione degli eventi e terribile impassibilità dell’ecosistema (rispetto a tali eventi). Proprio all’interno di questa contraddizione, così ben messa a fuoco, è rintracciabile il precipizio infinito della stoltezza dei comportamenti umani e della separazione totale tra Storia e Natura, tra dimensione politica della società e dimensione astorica e significante del mondo.

Le opere di Cioffi finiscono per esprimere una sensazione funesta di vuoto e di tormentosa attesa, di sospensione di senso che rende tangibile la penosa limitatezza delle azioni umane, l’orripilante voragine causata dalla morte di milioni di persone, la mancanza di un vero legame tra essere umano e natura. Il territorio della morte e della guerra diviene simbolo di un mistero forse irrisolvibile, di un problema gigantesco di relazione tra il genere umano e il mondo che lo ospita.

 

Ecco, dunque, che nel lavoro di Stefano Cioffi viene ribaltato il comprensibile desiderio di speranza (comunque successivamente negato dalla follia espansionistica nazista e dalla Shoah) che contraddistingue la sequenza conclusiva de La grande illusione
Il film di Renoir si conclude con l’inquadratura in campo lungo di Maréchal e Rosenthal in fuga. I due stanno attraversando la frontiera tra Germania e Svizzera. Alcuni soldati tedeschi li vedono da lontano e, inizialmente, provano a sparare loro, salvo poi decidere di lasciarli fuggire verso la libertà.

Renoir, dunque, trasforma l’idea sovrastrutturale di confine da fattore di separazione e di pericolo a mero elemento di passaggio verso una possibilità di scampo, e con ciò riporta l’ambiente naturalistico alla sua dimensione (potenzialmente positiva) di armonioso significante. Cioffi, invece, lancia il proprio sguardo verso l’oscurità della presunta ragione togliendo di mezzo ogni, seppur utopica, speranza e concentrandosi, alla maniera di Claude Lanzmann, sull’evocazione del gelo della morte, quest’ultima raffigurata in ogni cosa: in una costruzione abbandonata, in una radura  spolverata di neve, in un pianoro avvolto nella nebbia. Non sembra esserci una via di fuga in questa realtà, nessuno spiraglio verso un futuro salvifico. Il silenzio è assordante, proprio come un “urlo indifferente”.

La porzione di mondo compresa tra le montagne del Veneto e l’Alto Adige non si può configurare, dunque, come un eden caratterizzato da metafore visive legate al concetto di bellezza, nel quale l’uomo può deambulare alla ricerca dell’amore e del piacere, ma solo come una terrificante e vertiginosa fenditura verso il buio tenebroso del non senso.

 

Maurizio G. De Bonis