Lo sguardo di Stefano Cioffi, tra mondo infero e realtà pseudoconsolatoria di Maurizio G. De Bonis (2021)

Lo sguardo di Stefano Cioffi,

tra mondo infero e realtà pseudoconsolatoria

di Maurizio G. De Bonis





“Smarrirsi del tutto nella città moderna è esperienza piuttosto rara per la maggior parte della gente”[…]Ma se ci capita la disavventura di perdere l’orientamento, il senso di ansietà e persino di paura che l’accompagna ci rivela quanto strettamente esso sia legato al nostro senso di equilibrio e di benessere. La stessa parola ‘smarrito’ significa, nella nostra lingua, molto di più che semplice incertezza geografica: essa porta con sé sfumature di vera tragedia”.

Così scrive nel suo fondamentale testo L’immagine della città (Marsilio Editori, Venezia, 2006) l’urbanista e architetto americano Kevin Lynch.

Il grande studioso della struttura della città ci fornisce indicazioni precise riguardo la complessa correlazione tra gli individui e i labirinti urbanistici e mette in campo una questione centrale: la condizione di smarrimento che spesso noi tutti proviamo quando veniamo inghiottiti dai meandri di una metropoli, la quale si manifesta ai nostri occhi, più in generale ai nostri sensi, come un vorticoso sistema di segni, una convulsa architettura visuale nella quale è possibile perdersi, o, meglio ancora, come una perturbante macchina erotizzante che ci stordisce e annienta.

La nostra reazione di fronte a tale fenomeno è prettamente estetica poiché si genera in noi un sentimento che si configura come l’esito di un’esperienza percettiva del mondo.

Kevin Lynch chiama in causa, in tal senso, due termini precisi: paura e tragedia. La prima è contenuta chiaramente e integralmente nella seconda ma evidenzia, in ogni caso, solo una sfumatura del nostro controverso legame con la realtà della città, legame caratterizzato anche da elementi grotteschi e nevrotici che influiscono sul nostro comportamento e sulla nostra immaginazione.

Ebbene, cosa succede dal punto di vista espressivo quando un fotografo si perde in un interstizio della città? Quale meccanismo regola il principio di creazione dell’immagine? La paura, la tragedia, il grottesco si palesano inevitabilmente nell’inquadratura?

Nelle immagini realizzate da Stefano Cioffi nell’area del fiume Aniene a Roma, si manifesta una raffigurazione della capitale italiana che nulla ha a che fare con il birignao fotografico a cui quasi sempre si assiste quando ci si relaziona con un lavoro incentrato su questa città.

Cioffi evita accuratamente il pericolo delle preesistenze, problema che ha riguardato anche famosi lavori su Roma come quello, storico, firmato da William Klein, affidandosi al suo senso estetico e a quello smarrimento a cui fa riferimento   diretto Kevin Lynch.

L’Aniene si incunea sinuosamente in un’area non così marginale di Roma creando un sistema di “pieghe” che nasconde molteplici realtà e che si pone oltre ogni possibile immaginazione.

Strade interrotte da inquietanti inondazioni, orti improvvisati e disordinati, manufatti abbandonati e distrutti, catapecchie pericolosamente abbarbicate sul bordo  del fiume, improvvise e vertiginose esplosioni di una natura incredibilmente selvaggia, spazi vuoti e abbandonati, barriere invalicabili, radure inquietanti, sentieri nascosti che non portano da nessuna parte.

Sullo sfondo si stagliano, come fossero imperiosi guardiani della civilizzazione, enormi palazzi medio-borghesi collocati graniticamente nello spazio, simulacri di un benessere generalizzato che nascondono al loro interno angoscia esistenziale e autentica solitudine.

Fronteggia queste cattedrali della pseudomodernità un mondo barbarico, fuori dalla Storia e dal Tempo, che si contrappone all’ordine “razionale” della metropoli con la forza destabilizzante e sovversiva del caos e della frammentazione.

Un universo infero e anarchico, dunque, si insinua in un processo di urbanizzazione tirannico che, però, non è in grado di cancellare definitivamente l’imprevedibile, il disordinato, il selvaggio,  ciò che in sostanza è sregolato.

Stefano Cioffi si è mosso in questa realtà alternativa, fortunatamente, con lo sguardo dello straniero nonché mutando in continuazione il punto di vista. Il suo percorso in questa “città altra” è, dunque, dinamico e problematico, lontano dall’idea sterile della rappresentazione fotogiornalistica e dalla nefasta concezione della spettacolarizzazione della marginalità e del disagio.

Le sue immagini sono sempre piene di sorpresa e di stupore. La natura è raffigurata in tutto il suo caotico divenire, gli spazi pongono sempre dei dubbi e mai certezze, la presenza umana è evocata e a tratti possiede connotazioni deliranti.

Nelle inquadrature di Stefano Cioffi si palesa una vitalità oscura e scomposta che pone molti interrogativi sul concetto di civilizzazione, sviluppo e crescita.

Le zone intorno al fiume Aniene divengono, così, per l’autore territorio onirico-poetico, manifestazioni più del suo inconscio che documentazioni realistiche.

Per questo motivo, ci troviamo propriamente nel campo dell’estetica, cioè del riemergere di un sentimento percettivo inevitabile e irrefrenabile che spazza via in modo netto luoghi comuni, banalità, ovvietà.

Cioffi ha trasformato le sponde dell’Aniene nella dimora mentale del suo sguardo, divenendo strumento non solo ricettivo ma anche, e soprattutto, comunicativo. Il suo percorso visivo è, infatti, totalmente psichico, un dialogo vivo tra il marasma dionisiaco degli spazi esplorati e la propria condizione di essere sensibile.

Per questo motivo è possibile ritenere che l’autore abbia in primo luogo effettuato un’indagine su se stesso, sulle sue paure, sulla sua umana incapacità di decifrare il mondo (incapacità che riguarda tutti gli artisti), e solo marginalmente un’indagine sull’esistente.

Gioca un ruolo fondamentale in questo processo la connessione tra l’autore e l’elemento naturalistico; quest’ultimo appare nelle fotografie che compongono questo progetto per niente rassicurante e consolatorio.

La natura non è bella e accogliente, non è ospitale e non è neanche il feticcio rappresentato dall’idea piena di frustrazione di parco/giardino pubblico armonioso e utile alla società. Soprattutto non comunica alcunché, si insinua anarchicamente e follemente nel reale non curandosi del razionalismo umano e della cementificazione.

Cioffi coglie con chiarezza questo punto e lo restituisce esteticamente tramite una piccola odissea formale di rara inquietudine espressiva.

L’Aniene diviene, così, il suo e il nostro inconscio, un territorio libero dentro un mondo edificato su sovrastrutture, un luogo di autodeterminazione ferina che si incunea nella dimensione oppressiva e normativa della civiltà. E in questo territorio libidinoso la presenza umana, a volte, si manifesta con atroci tentativi di ricreare una compostezza impossibile basata su separazioni, confini precari e assurde delimitazioni territoriali.

Ma al nostro sguardo si presentano solo le macerie della società, l’insulsa volontà di controllo del genere umano, il suo terrore nei riguardi di ciò che è inconoscibile.

E Cioffi ci accompagna in questo processo di liberazione dello nostro sguardo, ci porta sulla soglia dell’abisso e ci abbandona all’inizio del baratro. Così come un fotografo dovrebbe sempre fare.