INTERSTIZI di Francesco Ghio (2013)

Ciò che è veramente essenziale risiede nel vuoto. La luce, il suono, il vuoto, irrompono all’interno della possibile esperienza primaria come portatori di informazioni cui possiamo accedere senza i filtri imposti dai linguaggi.

Un significativo commento filosofico Taoista recita: “facile è accorgersi della presenza del vuoto, difficile è accorgersi che il vuoto costituisce parte integrante e costitutiva dell’essere” … “facile è vedere il vuoto del vaso, difficile è ammettere che tale vuoto costituisce il vaso al pari del pieno”.

Interstizi

La struttura morfologica di Roma è assai speciale, corrugata nelle sue parti più antiche, ricca di ondulazioni fatte da leggere valli lungo le marane che attraversano la campagna, solcata da due fiumi e circondata da colli vulcanici.

Le linee di questo paesaggio, non sono mai troppo molli o troppo taglienti, angolose, secche; se di linee si può parlare in una terra dove quasi non esiste quello che si chiama profilo, nemmeno nei monti lontani: nel Soratte, nel Cavo o nel Circeo. C’è sempre, anche con l’atmosfera non limpida per l’afa o per le rare nebbie, il senso plastico della terra e non c’è mai, nemmeno quando un campo verde di spighe si contrappone ad una parete gialla di tufo il senso cromatico dei colori.

All’interno di questo paesaggio la città è cresciuta, a tratti velocemente, sperimentando negli anni un’infinita varietà di forme urbane, spesso confuse e bruscamente interrotte a ridosso dei fiumi, per via di ritrovamenti archeologici, attorno alle pieghe del terreno, ai fossi e alle marane.

Un gigantesco consumo di suolo, legale e illegale, ha trasformato il territorio in un arcipelago fatto di pieni e di vuoti “isole costruite che fluttuano in un grande mare vuoto in cui le acque formano un fluido che penetra nei pieni, ramificandosi alle varie scale fino ai più piccoli interstizi abbandonati tra le porzioni di città costruita”.[1]

Sono vuoti che raccontano e raccolgono grande parte delle contraddizioni tipiche di una metropoli: tratti di campagna, aree sistemate a parco, lacerti di antichi acquedotti, orti che si attestano lungo fiumi o fossi, attrezzature per lo sport, soprattutto spazi incolti, abbandonati, edifici dismessi che sono anche luoghi di rifugio per i più poveri.

La costruzione di nuovi quartieri oltre alle abitazioni e agli uffici deve comprendere, per legge, scuole, mercati, ambulatori, chiese, giardini, campi sportivi; questi ultimi però, a Roma, sono sempre stati realizzati dai soggetti pubblici con grande parsimonia: un campo da tennis e un campetto di calcio si trovano sparsi qua e là nei quartieri di edilizia popolare, malamente gestiti. Questa scarsa attenzione per le attrezzature sportive ha radici più antiche: assenti, come è ovvio, nel centro storico, durante tutta la prima parte del novecento le poche attrezzature realizzate sono andate allineandosi lungo le mura aureliane, poi a ridosso del Tevere lungo l’ansa del Flaminio dove la presenza del Foro Italico e poi i Giochi Olimpici del 1960 hanno favorito l’estensione di impianti e attrezzature fino all’Acqua Acetosa e poi, ancora lungo il Tevere, all’altezza di Tor di Quinto.

Campi da tennis e campi di bocce, già dai primi del novecento, venivano accolti anche in spazi inconsueti, nelle corti giardino del quartiere Trieste come in quelle di Prati; i campi di pallone erano invece pochi, difficili da realizzare per le loro grandi dimensioni; i più noti erano il Campo Testaccio e, sempre lungo le mura, il campo Roma.

A partire dagli anni ottanta la pratica dello sport si diffonde, diventa di massa; mentre declina il mito della “città pubblica” e si espandono le residenze private, campi da calcetto, da tennis, piscine, sono sempre più ricercati, trovano spazio ai margini della città costruita, nei vuoti, negli interstizi grandi e piccoli, si attestano su linee che determinano precise conformazioni, agglomerazioni di oggetti, di emergenze naturali e artificiali. Sono luoghi, per ragioni diverse, ripetutamente indagati da geografi, topografi, sociologi, paesaggisti, camminatori urbani, da fotografi e da registi.

Dal punto di vista dei fotografi un caposaldo su queste tematiche è la mostra “Viaggio in Italia” curata da Luigi Ghirri, Gianni Leone ed Enzo Velati, (Bari 1984) che ha riunito i più importanti fotografi italiani (Barbieri, Basilico, Battistella, Cavazzuti, Chiarante, Cresci, Fossati, Ghirri, Jodice…); i titoli di alcune sezioni sono emblematici: Margini, Capolinea, Sulla soglia. Nell’introduzione al catalogo, Arturo Carlo Quintavalle sancisce definitivamente l’interesse che l’arte e la fotografia hanno per questo tema nuovo: “adesso quindi un libro potrà servire a cominciare storie diverse: niente più universi dipinti, niente più spazi rappresentati senza realtà alle spalle; puntiamo sui vuoti, sulle assenze, puntiamo sul non-esistente, in apparenza, delle periferie, puntiamo sul bordo, sul margine, sul limite che sono le campagne e le strutture della nostra realtà che sono, almeno dalla rappresentazione fotografica, emarginate”.

Pochi anni più tardi è ancora Ghirri a rimarcare il suo interesse per questo tema; nell’articolo Niente di nuovo sotto il sole (1988) l’artista italiano sottolinea il carattere di interstizio del paesaggio moderno: “il paesaggio non è la dove finisce la natura ed “inizia” l’artificiale, ma una zona di passaggio, non delimitabile geograficamente, ma più un luogo del nostro tempo, la nostra cifra epocale”. Realtà mentale più che fisica, questo paesaggio-passaggio può anche essere paragonato al meccanismo che produce il senso tra significante e significato.

La mostra di Bari era già diventata il manifesto della “scuola italiana di paesaggio” e in questo solco altri fotografi hanno approfondito e raffinato le loro ricerche, espresso le loro poetiche.

I saggi contenuti in questo volume indagano, da molteplici punti di vista, il tema della residenza e dello spazio pubblico, una parte narra come i caratteri fisici e morfologici di porzioni di città contribuiscono a determinare o meno lo svolgersi delle relazioni sociali e delle esperienze di vita comunitaria e di come queste producano mutazioni dell’ambiente fisico in cui si svolgono; è un’insieme di mutazioni assai ricco, contraddittorio e complesso.

Stefano Cioffi, fotografo, nel suo personale percorso di ricerca si è imbattuto già da tempo nel tema del paesaggio; attento al dialogo tra fotografia italiana e americana, lo ha indagato attraversando regioni, seguendo il filo di un corso d’acqua, raccontando fragili edificazioni sulle rive, luoghi abbandonati, sentieri che portano verso il nulla.

Ora, addentrandosi nelle pieghe e negli interstizi del territorio romano, ci consente di scoprire un mondo, quello di attrezzature sportive, campi da tennis, da pallone, pareti per scalate, piscine, che negli ultimi trenta anni sono andate nascendo e spesso decadendo, proprio in quell’arcipelago di spazi aperti del territorio romano che tutti conosciamo sono in minima parte.

E’ un mondo sorprendente, spesso, anche per scelta del fotografo, totalmente spaesante.

Uno straordinario giardino spontaneo, pieno di erbe di mille colori, ha preso il posto dell’antico Campo Testaccio (è l’unico “omaggio” alla città storica), una parete per le scalate, lungo via di Pietralata, si confonde con il tronco di una palma divorata dal punteruolo rosso, il tetto di un gruppo di spogliatoi si staglia nel paesaggio romano e fa pensare ad una pista di atterraggio, una piscina recentemente realizzata per il mondiali di nuoto sembra un luogo abbandonato nella campagna, il vecchio Cinodromo del valco San Paolo è un rudere estraniante a pochi passi dai nuovi padiglioni dell’Università Roma TRE.

Strutture della nostra realtà che ancora oggi sono emarginate dalla rappresentazione fotografica, diventano una straordinaria testimonianza del rapporto tra vuoti e pieni e più di tutti gli altri quelli compresi nei grandi tratti di città pubblica tra la Nomentana e la Prenestina.

Le immagini sono quadri di desolante bellezza anche se raccontano con cieli grigi e contrasti attenuati di una realtà dura, di una città che non si è mai realmente posta il problema delle attrezzature per il tempo libero; i campi sportivi sono dispersi nei vuoti urbani, la città è lontana, li sovrasta dall’alto dei pendii dove si è fermata, in qualche modo li ignora.

La crisi fa il resto, le attrezzature decadono, i campi da tennis tornano rapidamente ad essere giardini di avanguardia, non luoghi che accolgono nomadi.

Da questo punto di vista la narrazione urbana di Cioffi si trasforma in una denuncia: l’inserimento nel tessuto urbano di elementi del paesaggio, è sempre più necessaria e irrinunciabile, il rapporto tra pieni e vuoti, nuovi parchi e attrezzature, dovrebbero richiamare la dimensione dello stupore, del divertimento, della teatralità; architetture ludiche che utilizzano il gioco dovrebbero consentire di creare nuove forme di relazione e nuove modalità di costruzione degli spazi complessi della contemporaneità.

Dalla morte di Pier Paolo Pasolini ad oggi ogni vera narrazione urbana sembra essere scomparsa dalla scena italiana.

Perché questi momenti di convergenza comune su immagini e miti condivisi possano risorgere con temi del tutto reinventati e con rinnovate finalità c’è bisogno che gli urbanisti e gli architetti escano per qualche tempo dalla loro tecnicità per riscoprire l’inevitabilità di una tensione utopica verso la bellezza della città, una bellezza che comprenda le differenze e le disarticolazioni, la dissoluzione dell’unità e la ricerca da parte di frammenti urbani di nuove polarità rifiutandosi di assecondare la decadenza apparentemente inarrestabile della città contemporanea, che fa della dimensione metropolitana non tanto un fattore di crescita sociale quanto un elemento di degrado sempre più pervasivo e resistente.

 


[1] F. Careri, Walkscapes, Gustavo Gili Ed. Barcellona, 2002