SUONI DEL SILENZIO di Gaia Salvatori (2006)

Era intitolata a “Il limite svelato” una mostra torinese in cui molti anni fa mi imbattei e che mi aprì gli orizzonti delle conquiste linguistiche degli anni ’60 e ’70 nelle arti. Le significative esperienze allora presentate conducevano a confrontarsi sui ‘confini’ fra i linguaggi sul filo dei quali si stava sviluppando la più sottile sensibilità contemporanea coltivando campi di tensione fra le arti che sondavano tra le impervie possibilità di “rimodellare il limite” (come scrisse allora Germano Celant), metafora plurisignificante di ricerca del nuovo.
Ritrovando Stefano Cioffi a distanza di molto tempo, provo a reinterrogarmi su quella metafora sollecitata dall’impatto con la sua nuova produzione in cui mi sembra, appunto, prendere forma ancora una volta un’idea del ‘confine’ non come limite, ‘borderline’, ma come seduzione dell’estensione di un orizzonte.
Lasciando sospeso il lungo “silenzio” in cui Stefano ha conservato la sua pittura, ripenso inevitabilmente ai suoi esordi artistici vissuti a pieno nella dimensione – come ebbi a scrivere nel 1995 – dell’”ut pictura musica”. Allora i rapporti e le analogie fra i due suoi privilegiati campi di espressione erano evidentemente avvertibili, senza nascondimenti, riconoscibili finanche da precisi riferimenti iconografici, per mettere alla prova il suo radicato humus musicale nella scoperta del nuovo linguaggio della pittura e ancora nell’aspirazione, allora quasi inconfessata, di voler fare musica come si fa pittura, di immaginare, se possibile, di interpretare la musica rompendo con il suo sistema accademico, grazie al nuovo alimento, tutto materico, trovato nella pittura. Ma ora i rapporti di forza, all’interno della trama delle sue emozioni creative, mi sembrano cambiati. Ed è intervenuto a modificare questi rapporti proprio il più astratto degli elementi musicali: il “silenzio” .
Con forza, però, questo elemento ha scaraventato l’artista, quasi come per un’irruzione inaspettata, sul suo bordo più estremo, portandolo nel pieno del magma della materia. Il rapporto ancora non consumato con la musica ha regalato così a Stefano Cioffi una nuova dimensione di ricerca dove il confine fra le arti, grazie alla conquista del silenzio, della pausa come espressione (elemento fondamentale del suono) è stato superato nella scelta incondizionata del solo linguaggio della pittura, con le sue differenze materiche, i suoi stadi, le sue potenzialità sia cromatiche che plastiche. Cionondimeno i quadri che Stefano Cioffi presenta oggi a Roma sono tutti indifferenziatamente segnati da un’idea di ‘confine’, di un confine però non inteso come metafora di separazione, ma come linea immaginaria fra ordine e disordine, fra materiale ed immateriale, come realtà produttrice di energia.
Se l’Informale, cui Stefano Cioffi ha dagli esordi alimentato la sua cultura artistica, sgorgava dal naturalismo astratto lasciando spazio totalizzante alla sensibilità soggettiva, al racconto emotivo anche con mezzi ‘brut’ ed elementari, nelle sue opere più recenti le materie prescelte (sabbie, polvere di marmo, cemento bianco, polvere di pomice, polvere d’ebano risultante dalla lavorazione dei clarinetti, stucco e colle), pur trattati in termini apparentemente ‘informali’, sono il volto concreto e tangibile di una ricerca consapevole, come immagini di pensiero. Il risultato non propone mondi di accattivanti apparenze, ma di profondità che, nella fedeltà al genere prescelto (la pittura), rivela l’inquietudine propria dell’apertura avventurosa verso mezzi espressivi non canonizzati.
Stefano Cioffi si muove così ancora entro delle cornici, tele bidimensionali che, messe le une accanto alle altre, sembrano dei tagli all’interno di una continuità e che, con la scelta materica del supporto (la juta sul versante nudo trasuda comunque materia) stabilisce un primo stadio plastico che è ‘preparazione’ di nuovi stadi sempre più aggettanti. L’opera, in definitiva, si costruisce gradualmente di schermi plastici che segnano passaggi di modulazione verso un’ancora inesplorata dimensione, la scultura, e che delimitano domini di una architettura dove l’idea del confine sta tutta nella materia pittorica come luogo di concentrazione sull’ambiguità, sulla duplicità del suo concetto tra barriera-limite e bordo permeabile a nuovi, inediti, imprevedibili passaggi.

Gaia Salvatori